Il reportage "Nuovo Paese Sera"
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Tor di Mezzavia, il luogo dell'abbandono.
Rifiuti e degrado nella torre medievale

A due passi da Anagnina un gioiello architettonico e storico lasciato tra la spazzatura per incuria e carenza di fondi.

Le denunce degli abitanti del quartiere: serve un intervento di recupero. Il membro del direttivo del comitato di quartiere Depino: restituire ai luoghi la loro importanza storica, se serve anche con l'intervento dei privati. Almeno l'Ama bonifichi l'area.
Un tempo era un luogo di sosta per i viandanti che arrivavano da Frascati, oggi è abbandonata a sé stessa e, molto spesso, adibita ad alloggio di fortuna.
La Tor di Mezzavia (chiamata così perché a metà strada tra Roma e Frascati) è una struttura medievale, costruita sui resti di una villa romana, che sorveglia via Anagnina e la Tuscolana, dove lunghe file di automobilisti la sfiorano ma sembrano non conoscere il suo valore storico-archeologico. Non è così per gli abitanti del quartiere che da tempo si battono per il recupero culturale e sociale della struttura.
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RIFIUTI PER PAESAGGIO
Il paesaggio che circonda la Torre, tranne una minima area verde che rappresenta l’ultimo vero brandello di campagna romana, è oggi costituito da centri commerciali e palazzi.
Aggredita da quella cementificazione selvaggia che ha colpito le periferie della Capitale. Quel po’ di prato che resta è invaso da cumuli di immondizia: siringhe, sacchi, vestiti, scarpe e anche il joypad di una play station. All’interno della torre materassi, cuscini e qualche bottiglia di vino. La Torre infatti molte volte è usata come “tetto” sotto cui da dormire da chi una casa non ce l’ha.
Così «i ruderi del periodo medievale e quelli della villa di epoca romana sono mortificati, annientati nella loro dignità», spiega Fabio Depino, membro del direttivo del comitato di quartiere Tor di Mezzavia. «In questo modo – aggiunge Depino – si priva la periferia della sua identità culturale nell’indifferenza generale».
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LA STORIA
La struttura, costruita nella prima metà del XII secolo, ricorda la società feudale, caratterizzata da un clima di insicurezza del periodo, dove una pluralità di poteri era in conflitto. Alla fine del Medioevo il casale perde la sua funzione difensiva e si creano delle vere e proprie aziende, espressione del dinamismo dell’economia romana di quell’epoca. Attorno alla Torre non si formano solo delle attività commerciali, ma anche nuclei insediativi stabili dove spesso soggiornavano i proprietari terrieri. La Torre si trasformò poi in abitazione (fino alla fine degli anni Cinquanta) e osteria. Un’osteria descritta anche in “Torri del Lazio” del 1941, una raccolta di scritti di Augusto Jandolo, poeta romano e antiquario in via Margutta.

I GIORNI DELL'ABBANDONO
Oggi però tutto il fascino del passato è svanito nel nulla. Molti sembrano aver dimenticato che l’edificio è sottoposto a vincolo monumentale dal 1976. «Abbiamo chiesto più volte l’intervento dell’amministrazione – spiega il presidente del comitato di quartiere – ma poi ci siamo scontrati con la farraginosità delle varie sovraintendenze».
E non bisogna sottovalutare la questione economica: le stime per la ristrutturazione parlano di un milione di euro. «Per questo – aggiunge Depino – abbiamo chiesto al Comune di trovare un accordo con i privati. C’era anche una nota casa di abbigliamento che avrebbe voluto trasformare la Torre in show room, ma poi non se ne è fatto più nulla». Intanto i rifiuti restano sparsi ovunque e l’Ama non ha ancora provveduto a raccoglierli. «Il problema è sempre lo stesso – racconta l'ex-presidente del comitato – mancano i soldi. E L’Ama per la bonifica ha chiesto 14mila euro».
L’ideale, per gli abitanti del quartiere, sarebbe quello di recuperare la struttura a fini sociali e culturali, magari portando all’interno dell’edificio l’acquarium che espone i reperti ritrovati in zona e che oggi sono ospitati all’interno del centro commerciale.
Ma pur di non vederla in quello stato di totale abbandono sarebbero disposti ad accettare il ritorno dell’antica osteria descritta nei versi di Jandolo. Secondo Depino, «occorre ridare ai luoghi di importanza storica e culturale una funzione, anche dal punto di vista economico, se non vogliamo vedere sparire nell’indifferenza generale le testimonianze del nostro passato».
Per ora però tutto tace.

di Santo Iannò
Venerdì 4 Novembre 2011 - Nuovo Paese Sera